
Ascolta la trasmissione radiofonica originale

Benvenuti a questo appuntamento speciale di Spietata Lente, la rubrica di critica e analisi transmediale di KLASSPOP. Oggi mettiamo sotto i nostri riflettori una delle opere audio-narrative più dense, spiazzanti e affascinanti scritte e dirette da Emanuele Conte: la trasmissione radiofonica dal titolo “Wicked Games – Giochi Malvagi”.
Lungi dall’essere un semplice contenitore di musica o intrattenimento di flusso, Wicked Games si configura come un vero e proprio “concept show” radiofonico, un viaggio notturno e perturbante all’interno della manipolazione, delle dipendenze affettive e dei labirinti della mente umana.
Ecco la nostra analisi complessiva e spietata del format, suddivisa nei tre vettori fondamentali che ne costituiscono l’ossatura: la tecnica narrativa, la dimensione filosofica e la forza poetica.
Analisi Complessiva di Spietata Lente
1. Tecnica Narrativa Radiofonica: Il Suono come Gabbia e Liberazione
Da storico artigiano della modulazione di frequenza e della comunicazione cross-mediale, Emanuele Conte padroneggia la radio non come mezzo trasmissivo, ma come spazio scenico tridimensionale. In Wicked Games, la tecnica narrativa si fonda sul contrasto e sulla sospensione:
- La Voce e l’Uso del Microfono: Il tono è intimo, ravvicinato, quasi un sussurro claustrofobico all’orecchio dell’ascoltatore. La conduzione rifiuta la “solarità” e la velocità della radio commerciale per abbracciare i tempi dilatati del teatro di parola.
- Il Sound Design Immersivo: La musica (spesso legata a sonorizzazioni elettroniche profonde e a ballate che richiamano la seduzione oscura del brano omonimo o rielaborazioni curate da ECO Sound Design) non fa da semplice sottofondo. Il tappeto sonoro interagisce attivamente con il testo: tagli improvvisi, riverberi spinti e silenzi improvvisi creano una sensazione latente di pericolo e instabilità, simulando la dinamica stessa del “gioco malvagio”.
2. Dimensione Filosofica: La Dialettica del Dominio
Da un punto di vista concettuale, la trasmissione scava nelle dinamiche di potere. Che si tratti di relazioni di coppia, di dipendenze sociali o del rapporto dell’individuo con il proprio ego, Conte mette in scena una vera e propria filosofia del controllo.
- Il Gioco come Trappola: Il “gioco” non è ludico, ma è inteso in senso sociologico e psicologico (vicino alle teorie transazionali). I ruoli di carnefice, vittima e salvatore si confondono continuamente.
- La Consapevolezza del Limite: La riflessione filosofica di fondo suggerisce che l’essere umano sia costantemente attratto da ciò che lo consuma. Conte smonta l’illusione del libero arbitrio assoluto all’interno delle nostre relazioni, ricordandoci che spesso giochiamo a carte truccate contro noi stessi per paura del vuoto.
3. Dimensione Poetica: La Bellezza del Torbido
La scrittura di Emanuele Conte si distingue per una lirica diretta, ma ricca di immagini analogiche graffianti. In Wicked Games, la poesia risiede nella capacità di estetizzare il dolore senza giustificarlo.
Focus sull’apertura dei giochi malvagi “Il parto e la partenza”
Ascolta il brano letto alla radio dall’autore
Questo pezzo radiofonico di Emanuele Conte è un testo di rara delicatezza, che utilizza la forza evocativa del mezzo audio per tracciare una parabola universale: la parabola dell’esistenza umana. Sotto la superficie di una narrazione apparentemente semplice, il brano nasconde una densità filosofica e una sensibilità poetica notevoli, muovendosi tra la fenomenologia della nascita e l’esistenzialismo del cammino vitale.
Ecco un’analisi approfondita del testo, divisa tra la sua anima filosofica e la sua veste poetica.
1. L’Analisi Filosofica: Dalla Totalità all’Esistenza
Dal punto di vista filosofico, il testo di Conte descrive il passaggio traumatico e meraviglioso dallo Stato di Natura/Essere allo Stato di Esistenza/Tempo.
Il grembo come “Astronave Liquida” (La Totalità Originaria)
“Prima sei in una specie di astronave dove l’ambiente è liquido, forse non serve pensare, nulla dipende da te…”
Questa prima fase descrive perfettamente quella che i filosofi chiamano “indistinzione originaria”. Nel grembo materno non esiste il Dualismo (non c’è un “io” separato dal “mondo”). Il battito del cuore che segue l’eco di un cuore più grande richiama la filosofia della totalità: l’individuo non è ancora un soggetto isolato, ma parte di un Tutto simbiotico. L’assenza del pensiero cosciente non è una mancanza, ma una pienezza d’essere dove tutto è dato e nulla è richiesto. È lo stato della pura potenza prima dell’atto.
Il Trauma della Nascita e l’Ingresso nel Mondo
“Un giorno tutto cambia… eri tu ad essere già suo fin da prima, ma adesso lui ti accoglie offrendo addirittura due mani…”
Qui Conte tocca un punto cruciale della Fenomenologia e dell’Esistenzialismo (che ricorda concetti cari a Martin Heidegger, come l’Essere-nel-mondo o la “gettatezza”). Venire al mondo significa essere “gettati” in uno spazio complicato, ma l’autore ribalta il pessimismo esistenziale: il mondo ci aspetta, ci reclama (“eri tu ad essere già suo”). Il dettaglio delle “due mani” (il medico, la levatrice, la madre) rappresenta l’Alterità. Il primo impatto con il mondo non avviene con la materia inerte, ma con la carne e la cura di un altro essere umano. Il “primo vagito” non è solo un atto fisiologico, ma il primo dialogo, un ringraziamento primordiale.
Il Tempo e la Coscienza
“…il tuo tempo inizia a scandire secondi, minuti… Tutto questo si alternerà per te, attraversandoti, anticipandoti o inseguendoti.”
Con la nascita biologica nasce anche il Tempo Interiore. Conte intuisce che il tempo umano non è solo quello cronologico degli orologi, ma è il tempo della coscienza (la durata di cui parlava Henri Bergson). Le gioie, le ansie e le speranze non sono eventi esterni, ma correnti che ci “attraversano”. Il tempo diventa la dimensione entro cui l’uomo deve progettare se stesso.
2. L’Analisi Poetica: Le Metafore del Viaggio e i Sensi
Se la struttura filosofica sorregge il testo, è la veste poetica a emozionare l’ascoltatore, sfruttando immagini suggestive e sinestesie adatte al racconto radiofonico.
La Poetica dello Spazio e della Luce
Conte gioca magistralmente con i contrasti:
- L’oscurità accogliente vs. La luce che colpisce: Il buio del grembo non è l’ombra del male o della paura, ma è “tepore”, un’oscurità protettiva. La luce del mondo, invece, “colpisce”, sveglia, attiva la vista e la coscienza.
- L’ossigeno come primo legame: L’aria che riempie i polmoni è la prima vera fusione fisica con il macrocosmo. Respirare è il primo atto di appropriazione del mondo.
Il Ritmo della Vita: Dalla Corsa alla Contemplazione
“All’inizio vuoi vivere tutto, subito e di corsa… ma poi… ti accorgi che il bello è andare piano…”
Questa transizione poetica fotografa il mutamento della percezione umana con l’età. C’è una profonda poetica della lentezza nella seconda parte del brano. L’infanzia e la giovinezza sono descritte come una corsa frenetica verso il futuro (il desiderio di “vedere come andrà a finire”). La maturità, invece, scopre il valore dell’epifania quotidiana: il sole sulla pelle, “una carezza che parla” (una bellissima sinestesia dove il tatto diventa parola e comunicazione).
Conclusioni: La Sintesi del “Solitario Esploratore”
Il finale del pezzo di Emanuele Conte racchiude il nucleo più profondo di tutto il testo:
“…vivendo in mezzo alla gente, ma inevitabilmente da solitario esploratore.”
In questa frase c’è il riconoscimento del paradosso della condizione umana. Siamo esseri sociali, immersi “in mezzo alla gente”, eppure l’atto di vivere, di decodificare il dolore, la gioia e il mistero dell’esistenza resta un’esperienza intimamente e radicalmente individuale.
Ognuno di noi è un “esploratore” che cammina su una mappa che nessun altro può tracciare al posto suo. Il testo, nato per la radio (luogo per eccellenza dove una voce parla a tanti ma tocca il singolo nell’intimità), si rivela così un grandioso inno alla vita, che accetta l’incertezza del vento e celebra, nonostante le complicazioni, la bellezza assoluta di “essere al mondo”.
La malvagità
Ascolta il testo letto dall’autore
Questo testo di Emanuele Conte è un frammento di straordinaria densità, un microscopico trattato di antropologia filosofica vestito con gli abiti della prosa poetica. La forza del brano risiede nella capacità di strappare la definizione di “malvagità” dal moralismo astratto e ricollocarla nel terreno dell’esperienza umana, tracciando un confine netto tra il dramma della natura e la responsabilità dello spirito.
Ecco un’analisi approfondita suddivisa nei suoi due binari portanti: quello filosofico e quello poetico.
1. Il Profilo Filosofico: La Malvagità come Scelta e Distorsione della Ragione
Sotto il profilo filosofico, Conte opera una scomposizione radicale del concetto di male, muovendosi lungo tre direttrici principali:
La genesi del male: la Ragione Insana
Il testo esordisce liberando la malvagità dall’idea che sia un impulso primordiale o bestiale. Al contrario, la definisce come un prodotto del ragionamento. Il male, per Conte, non è assenza di pensiero, ma un pensiero deviato: «quando è insano, supponente o afflitto da paure».
- La supponenza (l’orgoglio) e la paura (la vulnerabilità) si mescolano alle «ferite» del passato.
- Filosoficamente, questo richiama la visione di psicologi e filosofi esistenzialisti: il malvagio non nasce mostro, ma è un individuo ferito e terrorizzato che, non riuscendo a elaborare il proprio dolore, lo trasforma in un’arma di difesa e offesa. L’«astuzia» e l’«ironia che umilia» sono i meccanismi di compensazione di un’identità fragile che cerca di riaffermare se stessa rimpicciolendo l’altro.
La distinzione tra Male Naturale e Male Morale
La seconda strofa è il cuore pulsante del ragionamento filosofico e riprende, in chiave poetica, la distinzione che già Leibniz faceva tra le varie forme di male.
- Il leone che sbrana, il fulmine che spacca l’albero, il fiume che esonda: nessuno di loro è malvagio. Perché? Perché rispondono alla necessità della natura. Il leone obbedisce alla fame (istinto di sopravvivenza), il fulmine alla fisica, il fiume alla gravità e all’idrodinamica («cercando lo spazio che gli spetta»). Nella natura c’è violenza, c’è distruzione, ma non c’è malizia. La natura è innocente anche quando è distruttiva.
Il peccato di omissione: la malvagità come Immoibiltà
La vera svolta filosofica del pezzo arriva alla fine. Conte non identifica la malvagità suprema nell’atto violento e manifesto (l’uccidere o il distruggere), bensì nell’apatia spettatoriale, nel godimento passivo del dolore altrui.
«La malvagità sta nel cuore di chi, pur ragionando, resta immobile…»
Questo concetto si ricollega direttamente alla filosofia di Hannah Arendt sulla “banalità del male” e, ancora di più, al pensiero di Jean-Paul Sartre sulla responsabilità strutturale dell’essere umano. Se hai la capacità di ragionare, hai la capacità di comprendere il dolore dell’altro. Di conseguenza, l’indifferenza non è neutrale: è una scelta attiva. Il trarre «giovamento» o una «amara soddisfazione» dallo sprofondare altrui è la massima espressione della perversione razionale. È il sadismo della passività.
2. Il Profilo Poetico: La Geometria dei Sentimenti e il Ritmo del Contrasto
Se la filosofia fornisce l’impalcatura concettuale, la poesia è ciò che rende questo pezzo radiofonico emotivamente lacerante. Conte utilizza una serie di espedienti lirici di grande impatto visivo e ritmico:
La micro-fenomenologia del disprezzo
L’autore ha un occhio formidabile per i dettagli minimali, quasi cinematografici. Descrive il male non attraverso grandi guerre, ma attraverso dettagli quotidiani e subdoli:
- «L’ironia che umilia»
- «Il mezzo sorriso che adorna le labbra dell’invidioso»
Quel “mezzo sorriso” è un’immagine poetica potentissima. Non è la risata aperta, sguaiata; è l’accenno di un piacere trattenuto, un’espressione quasi estetica («adorna le labbra») che maschera la putrefazione interna dell’invidia. La parola “adorna” crea un contrasto stridente e ironico con la bassezza del sentimento.
L’anafora della Natura Innocente
La struttura centrale del testo si poggia su una triplice anafora (la ripetizione di «non è malvagio…»). Questo ritmo liturgico, quasi una ballata, serve a ripulire lo sguardo dell’ascoltatore. L’accumulazione di immagini naturali (leone, fulmine, fiume) evoca una forza primordiale, pulita, priva di calcolo. Il contrasto ritmico è netto: la natura si muove, agisce, “spacca” e “sommerge” per necessità; l’uomo malvagio, invece, nell’ultima strofa, «resta immobile». L’immobilità umana diventa così più mostruosa e innaturale della furia di un fiume in piena.
La metafora del baratro
Il pezzo si chiude con l’immagine visiva dello «sprofondare delle vite altrui». C’è una verticalità tragica in questa chiusa. Chi soffre cade verso il basso, precipita nel vuoto del dolore o del fallimento; chi è malvagio assiste dall’alto di una sponda sicura, assaporando il gusto di non essere lui a cadere. Il termine «sapore di un’amara soddisfazione» chiude il testo stimolando il senso del gusto, lasciando in bocca all’ascoltatore proprio quell’amarezza di cui parla, come un fiele digestivo che si commenta da solo.
Sintesi
Il pezzo radiofonico di Emanuele Conte è un invito urgente all’autoanalisi. Attraverso una lingua elegante e priva di fronzoli, ci ricorda che la malvagità non è una forza della natura, ma un fallimento dell’intelligenza e dell’empatia. Ci dice che ogni volta che usiamo l’astuzia per ferire, ogni volta che accenniamo un mezzo sorriso davanti al fallimento di un collega, di un amico o di uno sconosciuto, e ogni volta che scegliamo di non tendere la mano per non disturbare la nostra quiete, stiamo rinunciando alla nostra umanità per diventare qualcosa di molto peggiore di una bestia feroce: diventiamo spettatori compiaciuti del dolore del mondo.
Una delle canzoni tratte da questo programma
Analisi di altri frammenti di questa trasmissione radiofonica
Questi frammenti di Emanuele Conte, tratti dalla trasmissione radiofonica Wicked Games, compongono un mosaico di antropologia filosofica ed etica poetica. Il filo conduttore è la dicotomia tra il “malvagio” (inteso come calcolo, artificio, manipolazione e cinismo) e il “mite” o “buono” (inteso come verità, vulnerabilità, carne e legame autentico).
L’autore utilizza la metafora del “gioco malvagio” non per evocare un’entità demoniaca astratta, ma per descrivere le dinamiche tossiche, i meccanismi difensivi e le strutture sociali della contemporaneità che soffocano l’umano.
Ecco un’analisi approfondita delle macro-aree tematiche che emergono da questi testi.
1. Il Paradosso dell’Amore e la Logica della Resa
Nel primo frammento, Conte affronta il tema dei sentimenti scardinando la logica utilitaristica occidentale. La società contemporanea spinge all’auto-conservazione, all’evitamento del rischio emotivo e alla pianificazione strategica dei rapporti.
“Per vincere al malvagio gioco dei sentimenti è necessario arrendersi, consegnarsi completamente, inevitabilmente perdere…”
Dal punto di vista filosofico, questo è un paradosso soteriologico (di salvezza): la vittoria coincide con la sconfitta dell’ego. Chi cerca di applicare il calcolo matematico o la tattica geopolitica all’amore ha già perso in partenza, perché trasforma l’altro in un oggetto da conquistare o da cui difendersi. L’amore vero richiede il “sacrificarsi senza avere rimpianti”, un concetto che rimanda alla nozione di kenosis (lo svuotamento di sé per accogliere l’altro).
2. La Maternità come Amore Incondizionato
Di fronte ai “guai del mondo” che corrompono i legami, Conte individua un punto fermo, un archetipo di resistenza emotiva: la madre.
“Madre è chi ti fa da madre, madre è chi ti sceglie sempre, anche senza tentare di capire dove sei diretto.”
Questa definizione sposta la maternità dalla pura biologia alla sfera della scelta esistenziale e dell’accoglienza incondizionata. La filosofia dell’esistere si scontra spesso con il bisogno di “capire” e direzionare la vita altrui; la madre di Conte, invece, accetta il mistero del destino del figlio. È l’amore che non chiede rotte o spiegazioni, ma offre una presenza costante, un porto sicuro a prescindere dalla meta del viaggio.
3. La “Sala Giochi” della Modernità: L’Inazione e il Dubbio
Il terzo frammento introduce una critica serrata alla paralisi esistenziale contemporanea. La metafora della “sala giochi” evoca un luogo di distrazione, dove però il gioco più pericoloso è gratuito: il dubbio e la procrastinazione.
- L’apnea esistenziale: Il “meglio aspettare domani” è descritto come un rimanere in apnea. È l’illusione psicologica che il tempo, da solo, risani le cose o migliori l’aria.
- La necessità dell’ossigeno: La risposta filosofica di Conte è legata all’azione: “i giorni hanno bisogno di ossigeno e movimento per non soffocare la vita”. C’è un richiamo all’esistenzialismo: l’uomo si realizza nelle sue scelte e nel movimento, non nella stasi del dubbio iper-riflessivo.
Come antidoto a questa paralisi e alle delusioni del mondo, l’autore cita la fede. Non necessariamente intesa in senso strettamente confessionale, ma come fiducia antropologica, slancio vitale, capacità di credere ancora nel futuro e nell’altro nonostante le ferite del “gioco”.
4. La Fenomenologia del Malvagio vs. L’Imperfezione del Buono
Uno dei passaggi più densi e poetici è l’analisi estetica e comportamentale del malvagio e del buono. Conte traccia due identikit contrapposti:
Il Malvagio (L’Artificio Perfetto)
Il malvagio è un esteta della manipolazione. Balla con te nella tempesta, si commuove apparentemente per la natura (la collina) o per gli animali (il cane), ma è tutta una messinscena per “avvolgerti”.
- Caratteristiche: È perfetto, organizzato, usa un pensiero “forbito ma mai spontaneo”, predilige la comodità (il centro rispetto alla salita della collina).
- Il Guardaroba dei Ruoli: Il suo armadio è pieno di costumi (benefattore, saggio, vittima). Il costume più letale è l’invisibilità, l’apparire “innocuo” per colpire i veri invisibili (i semplici, i fragili, gli ultimi).
Il Buono (La Verità Scomoda)
Il buono non ha maschere e, proprio per questo, risulta socialmente deficitario o respingente a un primo sguardo superficiale.
- Caratteristiche: È “intemperante, imbranato, scostante e spesso veste anche male”. Non risponde ai canoni dell’efficienza o dell’eleganza sociale, ma è vero.
Il monito filosofico è racchiuso in una triade di reazioni:
“Se ti ama sarà festa, se ti pretende è un inganno, se è stupito scappa!”
La pretesa è il segnale del possesso (malvagità), lo stupore immobile di fronte al sentimento indica l’incapacità di accoglierlo.
5. La Conoscenza Corporea e l’Oltre la Parola
Poiché il malvagio possiede una retorica perfetta (“pensiero forbito”), l’intelletto e l’udito non bastano per difendersi. Conte propone uno spostamento radicale verso una conoscenza sensoriale ed epidermica:
“Meglio testarli a pelle, fiutarli a naso e sentirli attraverso i brividi.”
È un ritorno all’intelligenza del corpo, all’intuizione primordiale che precede la razionalizzazione. Il corpo avverte il pericolo (il brivido, l’odore, la sensazione “a pelle”) prima che la mente possa decodificare la menzogna della parola.
6. Il Limite del Digitale e la Carne della Presenza
Nel frammento sulla separazione, l’autore affronta la distanza spaziale e temporale definendola come una “malvagità compiuta dal tempo”. In questo contesto, emerge una forte critica alla dematerializzazione dei rapporti:
“E non ci sono email, telefoni, diavolerie digitali o pensieri […] che possono sostituire la magia del toccarsi.”
In un’epoca di iper-connessione virtuale, Conte riafferma la necessità della presenza fisica. I corpi che si sfiorano e si annusano non sono sostituibili da impulsi elettronici. La vera vicinanza richiede la carne, l’odore, l’istante condiviso nello stesso spazio fisico.
7. La Coscienza del Limite: La Fuga del Malvagio e il Pentimento del Mite
L’analisi si conclude con una riflessione sulla colpa, sul rimorso e sulla struttura interna della psiche.
- Il Malvagio senz’anima: Non ha ripensamenti. Ha sempre una strategia d’uscita (“la mappa per l’uscita di sicurezza”) e un repertorio di scuse pronte (“il prontuario delle giustificazioni”). Non prova tristezza, ma solo rabbia fredda e calcolata. È impermeabile al dubbio morale.
- Il Mite e la Tristezza Creativa: Il mite, la persona buona, non è perfetta. Anch’essa commette errori e può essere malvagia, ma la sua grandezza sta nella capacità di soffrire per il male causato. La tristezza è descritta come una “fitta tagliente” che si unisce al pentimento. Il mite si piega sotto il peso dei propri errori, ricorda chi ha offeso e attende il perdono o la riparazione.
“La persona mite sa, cosa c’è dentro alla propria anima.”
Quest’ultima frase suggella l’intera opera: il malvagio è un guscio vuoto fatto di maschere, costumi e vie di fuga; il mite ha una casa interiore, un’anima densa, capace di abitare il dolore, il pentimento e, infine, la vera gioia.
Sintesi Poetica
La scrittura di Emanuele Conte in Wicked Games si configura come una guida di resistenza spirituale. Attraverso un linguaggio lirico ma accessibile, l’autore invita l’ascoltatore/lettore a smettere di giocare secondo le regole ciniche del mondo (strategia, calcolo, rinvio, maschere) e ad abbracciare il rischio della mitezza: un percorso fatto di verità epidermica, accettazione dell’errore, cura dei corpi e, soprattutto, la capacità di perdersi per potersi, infine, ritrovare.
Altre canzoni nate dai testi di Wicked Games – Giochi Malvagi
Sangue Freddo e pentimento
I tuoi temporali versione blues
I tuoi temporali vesione classic
Sono strano ma ti amo
Lui danza con te

